an image of a man with a moustache on a green background

BRULICARE

Diego Azzola

Chiara Brambilla

Mauro Cesaretti

Giovanni De Lazzari

Olmo Erba

Roberto Picchi

Picco

Brulicano, formicolano, sciamano: scarafaggi neri sotto al letto, pesciolini d’argento, tafani; vespe pungenti come satira e grilli parlanti che impersonano la nostra coscienza. Possono divorarci, e sempre più spesso ci troviamo a divorarne (non certo per forma di purezza rituale, come San Giovanni che nel deserto si nutriva di miele e cavallette selvatiche). Si infiltrano in modi differenti, ma sempre furtivamente, nella simbologia di ogni tempo: api laboriose, larve su transi e gisants, falene e mosche che invadono le nature morte. Uno scarabeo osserva il mondo dall’alto spingendo lungo la volta celeste l’occhio panottico del Sole, mentre, ben più in basso, saranno le blatte a sopravvivere alle esplosioni nucleari: indietro o avanti che si voglia guardare, siamo circondati da insetti. Cicale o formiche? Ospiti o parassiti? Velenosi o innoqui? Assumendo il punto di vista di chi, minuscolo o mimetizzato, passa inosservato pur essendo in maggioranza, proviamo anzi a sentirci “come insetti”: starà a noi la scelta: saremo schiacciati, oppure liberi di mordere, pungere, volare via?

Olmo Erba

Brulicare deriva dal sostantivo bilucare, letteralmente «ribollire» o «muoversi convulsamente», e ancora, «germogliare», «agitarsi (rumorosamente)».

Se il termine viene facilmente associato al mondo dell’infinitamente piccolo, alle esistenze sotterranee che esplodono in superficie, una stratificazione di lettura del termine, illustra il carattere di uno spazio di condivisione nascente. La natura determinante e necessaria di questo atto vuole essere il linguaggio di espressione di un nuovo spazio espositivo, brulicante e, appunto, in continuo movimento e fermento.

Gli insetti sono una metafora della produzione, dell’operosità schiacciante e debilitante, ma anche del lavoro creativo, produttivo in ogni sua fase, fremente nella sua vivacità. Questi esseri riflettono un luogo di appartenenza, una coerenza di esistenze che si estende nel minore tempo possibile, nella brevità di poche ore, ma che in questa essenzialità trova l’impegno e l’impiego di un tempo infinito. Nella tradizione storico-artistica l’insetto è spesso ai margini delle composizioni, divenendo una presenza silenziosa, tuttavia necessaria alla comprensione. Secondo un capovolgimento iconografico ma non semantico, questi diventano il centro di una ricerca, facendosi essi stessi presenza viva e autodeterminata, ma anche e soprattutto mezzo per raccontare di altro, ossia universi paralleli immaginati che si trasformano in orizzonti di senso fuori da regole precostruite.

La mostra propone un approccio non convenzionale, a un mondo sempre più spesso combinato all’universo delle paure, del disgusto, del brutto e del terrificante. Ma è proprio il brutto che qui assume una dignità, nella necessità di un «salvataggio estetico» rivoluzionario, in cui la paura viene esorcizzata con la sua presentazione, in modo dissacrante e talvolta ironico. Repulsione e attrazione stanno all’insetto come all’artista, intrecciando questa varietà di attività che si riflette dall’interno all’esterno dell’individuo operante, plasmandone la sua complessità e la sua essenza divoratrice: chiaro e opaco si confondono in questi lavori, per proiettarsi al di là, in zone di confine disegnate dalla presenza dell’estraneo. Ma cosa ci spaventa? Siamo noi ad essere spaventati o sono questi esseri sottili e talvolta impercettibili ad esserlo? Sono loro che invadono i nostri spazi o siamo noi che invadiamo i loro, abitando le loro case e i loro mondi?

Le prospettive offerte sono molteplici, prospettive di invasione, di distorsione, spesso scomposte e offerte in una metamorfosi costruttiva che ripresenta delle dinamiche primitive, ma necessarie. Il tema assume delle declinazioni inaspettate, scomode, grottesche per ritornare al punto di partenza, alla stessa problematizzazione iniziale del tema, ovvero del fare e dell’operare, del trasformare ed essere trasformati.

Paola Sonzogni