LA REGOLA DELLE DUE PARETI
Ulyana Huzar
Cinzia Benigni
“La regola delle due pareti” è una regola nuova e già vista. To make a long story short: consiglia, per proteggersi dalle esplosioni delle bombe, di stare in ambienti separati dall’esterno da almeno due pareti consecutive, cosicché la prima possa frenare l’onda d’urto e la seconda la massa dei detriti da essa scaraventata. Anche le immagini non sono che barricate fragili, destinate a proteggere dall’impatto violento con il divenire costante del reale, dalla fugacità in generale, siano queste maschere funebri o fotografie, tassidermie di luce. Si raddoppiano i simulacri per posporre l’oltre, ci si affida a un sistema di paraventi decorati da figure per mascherare l’informe: se un velo dietro l’immagine protegge dalla deflagrazione del continuum spazio-tempo, un velo davanti ad essa protegge anche dalla possibilità di rimanere feriti dalle sue schegge, recludendole in un limbo irraggiungibile. E’ nel mezzo di due pareti colpite da un'esplosione che si orchestra la messinscena dell’immagine, la sua brutale tensione interna tra membrane permeabili e impermeabili.
Olmo Erba
La regola delle due pareti è una norma che consiglia, al fine di proteggersi da un attacco, di isolarsi dall’esterno attraverso almeno due livelli di barriere, raddoppiando in tal modo le possibilità di protezione dalla forza di un’esplosione. Avere un doppio filtro che protegge dall’urto permette di difendersi dal colpo e dai frammenti che conseguono ad esso, ovvero dai detriti del primo livello di protezione.
L’uso delle due pareti come operazione di preservazione rimanda alla funzione conservativa svolta dalle immagini, nella loro capacità di protezione dall’impatto d’urto del reale, e dall’inesauribile mutamento di esso: un’immagine ci protegge, con una delle sue pareti, quella più superficiale, e con un’altra ci intrappola e ci impedisce, sia di essere colpiti dall’ambiguità della sua costruzione, sia di poter penetrare completamente dentro di essa. L’immagine è una doppia barriera, nel senso di protezione e impedimento, un ostacolo che ci blocca dall’interno, nell’incapacità di assorbirci completamente in essa.
L’immobilità prodotta da questo atteggiamento di protezione simulacrale è allo stesso tempo uno spazio entro cui potersi definire, entro cui poter determinare l'essenza del proprio io, configurandola in una messa in scena. Essere in immagine diventa un atto di affermazione, un ricordo del passato, in cui, in un ribaltamento della tradizione platonica, la realtà dipende e viene definita esclusivamente dall’immagine, in cui trasportare il sè sul supporto bidimensionale è l’unico modo per esistere.
I lavori presentati riflettono su un uso vernacolare delle immagini, in particolare su quelle prodotte dal mezzo fotografico, nella sua azione più malinconica. Le immagini del ricordo si contrappongono tra loro in una definizione di identità che crea e definisce uno spettro di azioni vissute irripetibili (e forse mai accadute).
Memoria, ricordo e tempo si intrecciano, travalicando i loro stessi confini temporali, attraverso richiami di mezzi diversi che si mescolano per creare un medium ibrido. Il mezzo riflette la sostanza effimera dell’esistenza, testimoniando la necessità stessa di permanenza in immagine come atto conservativo. Nella loro fragilità estetica sono testimoni del passaggio tra esistenza e traccia; allo stesso modo la fragilità del segno stesso, leggero e vanescente, crea uno spazio di possibilità, determinabile soltanto all’interno, ponendo un limite alla distinzione tra ciò che è reale e ciò che è fittizio.
La tassidermia è l’opposto e lo speculare di questo meccanismo: l’imbalsamazione in posa del corpo senza vita, scorre in parallelo alla mortificazione del corpo vivo attraverso la pratica fotografica di frammentazione del corpo.
Il tempo è un riparo e un luogo da cui rifugiarsi; lo spazio entro cui poter costruire l’identità e il ricordo, sono il modo in cui l’essere umano cerca di sfuggire a questa catastrofe: rimanere in immagine è l’ultimo atto di immortalità dell’umano.
Paola Sonzogni